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a cura di Morningstar   

Le Borse indossano l'elmetto
Sara Silano | 22/11/2007

I mercati azionari sono entrati in una fase di correzione. Il petrolio e l'oro, anche se per ragioni diverse, sono volati ai massimi. Il dollaro è sempre più debole. Il panico, però, non deve avere il sopravvento su un'analisi pacata della situazione. Eccola.

Le Borse bruciano miliardi, petrolio e oro macinano record, il dollaro batte in ritirata. E' uno scenario di guerra quello che caratterizza i mercati nelle ultime settimane. E in questi casi, l'emotività, quando non addirittura il panico, rischia di offuscare il quadro generale, facendo perdere il senso della realtà. Proviamo, quindi, a fare un po' di analizzare con calma la situazione attenendoci ai fatti e ai dati disponibili.

Borse Orso. Nils Bohr, premio Nobel per la fisica, sostiene che “le previsioni sono sempre difficili, soprattutto se riguardano il futuro”. Potremmo anche aggiungere “ e se riguardano i mercati finanziari”. L'indice Msci mondiale è negativo da inizio 2007, dopo aver registrato un triennio di crescita sostenuta. Le Borse sono entrate in una fase di correzione, accentuata dalla crisi dei mutui subprime, ossia quelli di bassa qualità. Probabilmente, dicono gli esperti, il ribasso continuerà nei prossimi mesi, anche se non sarà un nuovo 2000, perché le valutazioni, intese come rapporto prezzo/utili, sono in linea con la media storica degli ultimi vent'anni. In questo contesto, alcune case di investimento hanno rivisto le loro strategie riportando a neutrale il peso delle azioni e aumentando la liquidità.

Petrolio record. "Il barile a cento dollari? Speriamo di no", ha detto l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, in una conferenza stampa. Però, il greggio si è avvicinato pericolosamente a tale soglia, dopo il dato sul calo delle scorte statunitensi. Da inizio anno, le quotazioni sono salite quasi del 60% e, secondo Hervé Lievore, strategist di Axa Investment managers, “questa evoluzione, particolarmente rapida, è sostenuta da posizioni speculative che riflettono persistenti tensioni tra domanda e offerta e dai timori ricorrenti di frizioni politiche in Medio oriente”. La richiesta, in particolare dei Paesi emergenti, è aumentata di un milione di barili al giorno negli ultimi quattro trimestri e la risposta dei produttori è stata insufficiente. La decisione dell'Organizzazione degli esportatori (Opec) di incrementare la produzione potrebbe nel breve calmare i prezzi, come sembra indicare anche la curva dei contratti a termine. E' opinione diffusa, tuttavia, che dobbiamo abituarci a prezzi dell'energia alti.

Oro sempre più brillante. Commentando la forte crescita della domanda, James Burton, amministratore delegato del World Gold Council, ha detto: “E' chiaro che le caratteristiche difensive dell'oro hanno attratto molti investitori in questo periodo di instabilità, di maggiori timori di inflazione e di dollaro in calo”. Nell'ultimo anno, le richieste d'oro sono salite del 30% e il prezzo ha superato gli 800 dollari l'oncia, il doppio rispetto al 1990. Il quadro fondamentale rimane positivo e la debolezza del biglietto verde supporta le quotazioni. Per questo, anche se nel breve potrebbero esserci delle prese di beneficio, il trend di lungo periodo appare rialzista, come conferma la curva dei contratti a termine. Un contributo rilevante è ricoperto dalla domanda di investimento, in particolare degli Exchange traded commodity, i fondi indicizzati alle materie prime, che sono diventati tra i maggiori acquirenti nel terzo trimestre.

Biglietto verde sbiadito. “Troppi dollari rincorrono poche commodity”, scrivevano qualche tempo fa gli strategist di Merrill Lynch specializzati nel settore delle materie prime. In altre parole, il biglietto verde vale sempre meno e ne servono sempre di più agli Stati Uniti per acquistare le risorse naturali, con il rischio di accendere l'inflazione. I probabili nuovi tagli dei tassi da parte della Federal Reserve non giocano a favore della divisa americana, tuttavia molti gestori cominciano a pensare che la speculazione al ribasso sia stata eccessiva. “Ho qualche dubbio che l'attuale debolezza possa proseguire”, dice Maurizio Novelli, economista di Rasini&C. “La motivazione principale non risiede tanto nei fondamentali dell'economia Usa, che sembrano molto convincenti per la tesi di un dollaro debole, quanto piuttosto sui flussi finanziari di breve termine”. In altre parole, è probabile che i capitali usciti dagli Stati Uniti per investimenti nei mercati emergenti e in Europa possano tornare indietro per effetto delle prese di profitto, dando una boccata di ossigeno alla valuta americana.

 
     

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