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a cura di Morningstar   

La Borsa non è di moda
Sara Silano | 2007-10-26

Piazza Affari fatica a tenere il passo con i mercati europei, ma ha guadagnato il 45% dal 2003. Un rally che i piccoli investitori hanno in gran parte ignorato. Tanto che i fondi specializzati sul listino milanese hanno subito riscatti per quasi dieci miliardi. Eppure le blue chip continuano a distribuire generosi dividendi. E battono i rendimenti dei titoli di Stato.

Piazza Affari ha sofferto un po' più delle altre Borse europee durante la crisi agostana (rispetto a fine luglio, l'S&P/Mib è in calo di quasi il 2%), ma chi si aspettava scenari da bolla speculativa è stato smentito. Se poi si pensa che dal 2003 ad oggi, l'indice milanese è salito di oltre il 45%, la recente discesa sembra più uno starnuto che un raffreddore.

Nei sondaggi che mensilmente Morningstar conduce tra le case di investimento, la maggior parte dei gestori concorda nel sostenere che la Borsa milanese si muova al traino di quelle europee, anche se l'elevato peso dei titoli bancari ha inciso negativamente negli ultimi mesi, frenando il recupero che è stato più rapido in altri Paesi come la Germania. Tuttavia, i motivi per investire in Piazza Affari non mancano, a partire dai generosi dividendi distribuiti dalle società. Inoltre, il rapporto tra prezzi e utili (p/e) delle società appartenenti all'S&P/Mib, che è un indicatore delle valutazioni dei titoli, è considerato da molti analisti in linea, o addirittura inferiore alla media storica. E secondo alcune stime potrebbe ridursi nel corso del 2008, rendendo le azioni ancora più attraenti.

Negli ultimi anni, come giustamente fa notare Angelo Abbondio, fondatore di Symphonia Sgr, pioniere del risparmio gestito italiano e grande conoscitore di Piazza Affari, lo scenario è diventato molto più favorevole all'azionario rispetto all'obbligazionario. Secondo il rapporto Indici e dati di Mediobanca, il rendimento medio annuo delle blue chip è stato del 24% nel 2006 e del 21,4% al 30 giugno 2007, contro rispettivamente il 3,9 e l'8,7% dei titoli di Stato. Nel 2000 i ritorni da dividendi erano del 12,5% (5,4% le obbligazioni governative). Secondo Abbondio, il trend continuerà almeno per i prossimi cinque anni, perché i bilanci societari sono solidi.

Il problema è che gli investitori non credono nel mercato azionario. Si sono scottati nel 2000, spesso sono usciti in perdita e hanno praticamente ignorato il rally degli ultimi tre anni. “La Borsa non è di moda”, dice Abbondio, “e questo pesa per il 60% sull'andamento del listino”. Secondo le statistiche Assogestioni, dal 2003 ad oggi sono usciti dai fondi Azionari Italia quasi 10 miliardi di euro. Per contro, i comparti appartenenti alla categoria hanno in media reso ogni anno nello stesso periodo il 14,5% e i migliori hanno sfiorato il 20%.

Confrontando il Rating overall, ossia quello che considera l'intera vita del fondo, con la valutazione a tre anni, emerge che i migliori comparti sono rimasti sostanzialmente gli stessi nel quinquennio. Tra questi, figurano molti small e mid cap che hanno beneficiato del rally di questa classe di attivi anche se negli ultimi tempi si è registrato un rallentamento (la categoria Azionari Italia non è divisa tra grandi e piccole capitalizzazioni).

Nel scegliere un fondo non si può ignorare questo aspetto, così come è importante guardare, oltre alle “stelle”, la strategia di investimento del gestore, paragonando, ad esempio, i principali titoli che ha in portafoglio con l'indice di riferimento per vedere se l'approccio è attivo o passivo. In ultima analisi, è importante guardare i costi: se le commissioni sono alte, ma il fondo replica il benchmark, meglio preferire un Exchange traded fund.

 
     

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