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Asset intangibili
a cura di Nova S.p.A.

Notizie e ricerche

Che lezione trarre dal caso Enron: rischi ed opportunità.
(di Alessandro Cravera e Marco Maglione
)
Sul caso della società statunitense Enron è stato ormai scritto in abbondanza e con tagli diversi. Solo per dovere di cronaca, e a beneficio dei pochi che si sono persi qualche notizia, riassumiamo brevemente gli eventi. Enron, settimo gruppo industriale negli Stati Uniti per fatturato (101 miliardi di dollari nel 2000), con asset a bilancio per un totale di 50 miliardi di dollari e attivo in oltre 40 Paesi con 21mila dipendenti, ha iniziato a riempire le cronache finanziarie dopo il "no" sancito dalla concorrente Dynegy sul progetto di fusione, cioè quando la società partner ha sollevato pesanti rilievi sui conti, sulla correttezza degli amministratori e della società di revisione di bilancio di Enron, la Arthur Andersen. In seguito al fallimento della fusione, e dell’emergere del “buco” in bilancio, la Enron è la maggiore società americana ad avere mai fatto ricorso al Capitolo 11, il paragrafo della legge fallimentare statunitense sull'amministrazione controllata.

Da numero uno mondiale del trading di energia a maggiore crack della storia finanziaria, Usa e internazionale. Questo il cammino percorso in pochi anni da Enron. Per sei anni la società texana era stato insignita del titolo di impresa più innovativa da "Fortune". Enron ha conosciuto uno sviluppo vertiginoso con la liberalizzazione del mercato Usa del gas nel 1987. La società, che inizialmente gestiva solo gasdotti, iniziò a diversificarsi nel settore elettrico, poi in quello idrico e infine nelle telecomunicazioni, per dedicarsi infine al trading di prodotti energetici nella seconda metà degli anni novanta, conquistando in pochi anni una posizione di leadership sui derivati legati all'energia, ma anche in altri settori. Grazie a un'aggressiva strategia di espansione e all'adozione delle tecnologie di intermediazione online, il fatturato di Enron era passato dai 9,5 miliardi di dollari del 1995 ai 101 miliardi del 2000. Nei 12 mesi a fine settembre la cifra d'affari ha toccato 180 miliardi, il 75% dei quali forniti dalla gestione della rete Internet di transazione sui contratti energetici, Enron Online. L'utile operativo nel 2000 è stato di 1,27 miliardi e di 1,97 miliardi nei dodici mesi a settembre.

Il caso Enron, con le implicazioni relative all'applicazione scorretta e del tutto disinvolta dei criteri di contabilità e di valutazione delle poste di bilancio, ha determinato una perdita di credibilità ed una ventata di "sfiducia" nel mondo degli investimenti. Quali sono quindi le principali considerazioni che si possono trarre da quanto avvenuto, sia per la comunità degli investitori ed il mercato, sia per i diversi soggetti, istituzionali e non, che sono entrati direttamente o indirettamente in contatto con la Enron?

Due sono i principali elementi da sottolineare:

1.       l’assoluta inadeguatezza dei modelli contabili tradizionali nel “catturare” e tracciare l’oggettiva situazione degli asset dell’azienda. A questo è collegata una certa latitanza, o perlomeno scarsa attenzione, degli organismi preposti alla vigilanza delle società quotate (la SEC negli USA), che intervengono solo quando i buoi sono ormai scappati. Ancora più grave è l’atteggiamento, complice o puramente “interessato”, delle società di revisione contabile, con pesanti implicazioni sull’affidabilità delle loro certificazioni. Ne sanno qualcosa le migliaia di dipendenti che rischiano di perdere i risparmi investiti nel fondo pensione (piano 401k) che possedeva azioni della società per due terzi, i dipendenti licenziati in seguito al crack e tutti coloro che avevano comprato azioni Enron, visto che milioni di risparmiatori hanno visto dissolversi i loro risparmi con il valore dell'azione che è passato da 90 dollari a pochi cent.

2.       il secondo elemento è più che altro una domanda aperta, e cioè cosa si dovrebbe fare per evitare episodi simili in futuro o perlomeno limitarne il numero. Ricordiamoci che casi simili, anche se di portata inferiore, non sono purtroppo appannaggio delle sole società statunitensi (vedi i casi Global Crossing e Kmart), ma che anche in Italia abbiamo avuto e continuiamo ad avere episodi poco chiari e trasparenti (vedi vicende Bipop e Popolare di Novara).

Il punto nodale di tutta la vicenda è riconducibile ad un fatto sostanziale ed incontrovertibile, e cioè che i fattori aziendali che principalmente contribuiscono a creare valore, per gli azionisti e per gli altri stakeholders, sono di natura prevalentemente immateriale (intangibles). Gli asset fisici rivestono un’importanza sempre più limitata, e quindi quello che appare nei bilanci, e viene comunicato al mercato, rappresenta solo una parte della verità, e nemmeno quella più consistente. La natura intangibile di questi elementi li rende per definizione “trasparenti” alle più consolidate e diffuse metodologie contabili, con possibili conseguenze quali quelle citate in precedenza. Tralasciando per un momento anche l’evidente conflitto d’interessi delle società di revisione, ricordando semplicemente che Arthur Andersen emetteva alla Enron parcelle per 25 milioni di dollari l’anno, rimane l’amara constatazione di trovarsi di fronte ad un sistema di contabilizzazione e rendicontazione degli asset d’impresa obsoleto e lacunoso. Continuare su questa strada equivale a dire che la qualità e veridicità delle informazioni passate al mercato sono direttamente dipendenti dalla moralità e dal senso etico del top management, perché le altre parti in causa o sono in conflitto d’interesse o non hanno a disposizione gli strumenti di controllo. Anche la SEC non esce bene dal caso Enron, e questo ha già aperto la discussione negli Stati Uniti sulle falle del sistema. Tutto questo, ricordiamocelo, in una nazione che da sempre è estremamente attenta ai diritti di piccoli azionisti e risparmiatori, e dove il modello di corporate governance ci offre tuttora esempi di “democrazia azionaria” quali la fusione tra Hewlett Packard e Compaq e relativa battaglia, in tutta trasparenza, per le deleghe in assemblea (proxy). In Europa, e soprattutto in Italia, non siamo ancora a questi livelli.

La palla, non a caso, passa quindi agli organismi che determinano gli standard contabili (IASB e simili), i quali devono concordare e diffondere nuovi sistemi di misurazione e contabilizzazione degli asset intangibili, in modo da mettere le imprese nella condizione, o nell’obbligo, di fornire al mercato informazioni più precise ed esaustive sul loro reale stato di salute. Il fine è quello di recuperare credibilità e fiducia presso gli investitori istituzionali, gli analisti ed i risparmiatori, cosa che l’effetto Enron ha abbondantemente pregiudicato. Non è un caso, quindi, che negli Stati Uniti il FASB (Financial Accounting Standards Board) abbia recentemente emesso un nuovo regolamento che definisce i nuovi principi contabili da seguire per la corretta valutazione degli asset intangibili. Le regulations SFAS 141 e SFAS 142 rappresentano un primo tentativo di definizione degli standard contabili relativi alla valutazione degli asset intangibili.

In attesa che questo trend si sviluppi ulteriormente e si consolidi a livello internazionale, sorge spontanea una domanda: cosa possono fare le imprese, particolarmente quelle europee, per porsi sul mercato in maniera innovativa, offrendo alla comunità finanziaria informazioni aggiuntive a quelle contabili tradizionali e maggiormente mirate sul valore dei propri asset intangibili? La domanda rimane tuttora aperta e senza una risposta definitiva. Tuttavia, alcuni recenti sviluppi lasciano intravedere una possibile soluzione, ed in particolare dal mondo scandinavo provengono indicazioni interessanti. Il governo danese ha recentemente presentato delle linee guida per le società che intendono pubblicare un Intellectual Capital Statement, cioè un documento che può venire allegato al tradizionale bilancio d’esercizio, e in cui il focus non è tanto la valorizzazione economica degli asset intangibili, ma la comunicazione al mercato di informazioni aggiuntive relative a tali asset. L’accento è quindi sulla gestione più che sulla esatta valorizzazione economica, e si tende a sfruttare maggiormente la leva della comunicazione. È ormai dimostrato come vi siano degli indubbi benefici derivanti dalla comunicazione al mercato di informazioni addizionali, relative ad asset intangibili quali la soddisfazione e la fedeltà della propria clientela, la qualità del management ed il grado di innovazione che si riesce ad esprimere nei propri prodotti e servizi. Una comunicazione più completa e trasparente sullo stato degli asset intangibili dell’azienda favorisce l’aumento di quel patrimonio di fiducia e di credibilità che è la causa principale di un accesso meno oneroso al mercato dei capitali, in particolare quello di rischio. Inoltre, tutto questo si riflette in un “premio” che gli investitori sono disposti a pagare per investire nell’impresa, avendo dalla loro parte indicazioni più precise ed affidabili sul reale stato di salute dell’azienda, che continua a monitorare l’andamento dei principali asset intangibili e a comunicare queste informazioni al mercato.

 
 

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