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Il
17 agosto del 2000 la Enron quotava 90 dollari per azione, per
un valore complessivo dell'azienda di 67 miliardi di dollari,
e l'intera comunità degli analisti suggeriva di comperare il
titolo. A fine novembre 2001 la quotazione è scesa a 35
centesimi di dollaro, pari a 260 milioni di dollari. Sempre a
fine novembre la UBS, grande e rinomata banca svizzera, ha
ridotto la valutazione del titolo da "strong buy" a
"hold", sino ad arrivare al 3 dicembre 2001, data in
cui la multinazionale statunitense ha richiesto
l’applicazione del “Charter 11”, ovvero l’inizio della
procedura di amministrazione controllata precedente il
fallimento.
Enron
è il più grande produttore di energia elettrica degli Stati
Uniti, con una presenza internazionale in 40 paesi. Sui
giornali si legge che il collasso della Enron ha mandato in
crisi il mercato scandinavo della carta. A quanto pare la
società controlla dal 20% al 30% delle scorte di carta del
nord Europa, acquistate in seguito alla deregolamentazione del
mercato elettrico con il solo intento di guadagnare sulla
variazione di prezzo. Nel tentativo di salvare la società dal
fallimento la Dynergy, una concorrente molto più piccola,
controllata dalla ChevronTexaco, aveva lanciato una Opa del
valore di 9,5 miliardi di dollari. Dopo qualche giorno di
trattativa la Dynergy si è ritirata, sostenendo che non è
riuscita a capire come sono scomparse alcune decine di
miliardi di dollari. Tutto ciò dopo anni di annunciata
crescita a due cifre.
Come
è stato possibile? Come può accadere che una multinazionale
di questo calibro riesca a “nascondere” informazioni
relative ai propri guadagni futuri, ai propri asset ed ai
propri investimenti? Che tipo di informazione dovrebbero
ricevere gli analisti e gli investitori?
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